La dottoressa Fedeli

La dottoressa Fedeli

Siamo tornati nella normalità, cioè, col vecchio sistema di scegliere i ministri col manuale Cencelli, in modo da non scontentare le varie correnti dei partiti della maggioranza. Quindi, visto che dalla parte delle cooperative c’è il perito agrario Giuliano Poletti (che è l’uomo abbastanza giusto al posto abbastanza giusto, intendendosi di lavoro manuale, anche se poco amante dei cervelli, di cui augura la fuga all’estero), per bilanciare, avanti un sindacalista, la ministra “dottoressa” Fedeli, che non risulta abbia dimestichezza coi problemi culturali della scuola.
      Sarà molto brava Fedeli nel difendere le categorie della scuola, a cominciare dai bidelli, ma rimane qualche dubbio sulla competenza a valutare programmi, indirizzi, necessità culturali di fondo, criteri etici a cui informare l’attività scolastica. Stiamo passando un momento – che dura da troppo – in cui non ci si rende conto che la scuola non deve solo promuovere, ma far maturare i ragazzi come individui e come cittadini.
      Per la scuola, mala tempora currunt (stiamo vivendo brutti tempi; traduco per mia zia che non sa il latino), diceva Cicerone. Ed aggiungeva: sed pejora parantur (ma se ne preparano di peggiori; sempre per mia zia).
      Mi riferisco, in particolare, alla capacità ministeriale di non omogeneizzare. Penso, soprattutto, alle secondarie di secondo grado: istituti professionali, istituti tecnici, licei sono cose diverse, profondamente diverse. Sembra scontata, date le sue origini scolastiche, la propensione della ministra Fedeli a curar soprattutto la formazione professionale e tecnica, dimenticando – o non sapendo – che il mondo del lavoro attuale, e ancor più quello futuro, richiede ai livelli medio-alti persone con capacità raziocinanti, con facilità di adattamento alle situazioni, con conoscenza profonda dei vari aspetti della vita, derivante dallo studio dei pensieri e degli avvenimenti attuali e passati.
      Diciamo chiaro ciò che si sussurra soltanto: creare persone-robot aiuta molto i datori di lavoro, ma impoverisce la classe con alta responsabilità in ogni campo di lavoro. Il lavoro tecnico è sempre più preda dell’informatica e della robottizzazione. Si sono modificati i Licei Scientifici e soprattutto Classici; si sono, soprattutto, ridotti gli studi che creano maturità interiore, indipendentemente dal lavoro che si farà. La drastica riduzione dell’insegnamento della filosofia (puah!, che roba inutile, dicono i moderni benpensanti…) porta ad avvicinare sempre più i Licei agli Istituti Tecnici, riducendo quella materia produttrice di alto pensiero e di alta formazione mentale.
      E’ giusta l’operazione che si compie per gli indirizzi professionali e tecnici, per renderli adeguati al mondo pratico del lavoro, alla minor difficoltà nell’approdare ad un lavoro specifico, nel creare più soddisfazione in chi lavora e in chi dà lavoro. Ma sarebbe necessaria una netta distinzione per i due Licei: Classico e Scientifico. Sarà una nicchia, dove andranno coloro che sanno che cosa vogliono, che sono disposti ad affrontare difficoltà, che vogliono – infine – approdare a posti di responsabilità personale. Il bravo tornitore non sa fare il cuoco; il bravo dirigente d’azienda sa dirigere anche un ente pubblico o una casa editrice.
      Speriamo, speriamo. Non fasciamoci la testa prima di averla rotta, perché può darsi che la ministra sappia circondarsi di gente non lecchina, che conosca bene le necessità culturali di un settore del mondo scolastico.
      Speriamo di poter cantare (senza morire…).

        Sono sempre Giovanni Ferrero, pensionato ormai con ottantasei compiuti, cioè, in attesa di sciogliere le vele. Di tanto in tanto, mi diletto ad aggiornare il mio sito con ciò che mi passa per la mente: alcune rimembranze familiari ed alcune idee da vecchietto. Si tratta soprattutto di ricordi (anche come ex provveditore agli studi) e di notiziole varie, di nessun interesse. Ma devo ben ammazzare il tempo, in attesa che il tempo ammazzi me…
          Una volta all’anno, invito alla lettura quei pochi indirizzi che ho.
          Spero di raggiungere, in particolare, la gente di scuola che mi conobbe, i miei compaesani emigrati e, in generale, chiunque abbia cinque minuti da perdere, ammesso che siano persi cinque minuti dedicati al relax mentale.
          Le stagioni passano e i nonni invecchiano; molti studenti studiano (o dicono di farlo). Impegniamoci tutti volentieri, sul serio, perché dobbiamo essere sempre ottimisti e continuare a sperare nel futuro.
          Non mi rimane che augurare a tutti buon lavoro e, per gli studenti, aggiungo il solito pensiero: le sciocchezze giovanili fanno parte dell’età, sono ineliminabili, ma non vi impediscano di amare i vostri insegnanti, anche quelli che ritenete antipatici.
          Arrivederci! (fra un mese?)
          Grazie.

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